Ricucire la città

di Andrea Murari
assessore all'ambiente, pianificazione territoriale e beni comuni del Comune di Mantova

Posso solo immaginare quale fosse il mestiere di chi si è occupato di urbanistica negli anni dell’ultima espansione della città. Quando sono sorte le nuove periferie, si sono decentrati molti servizi e sono sorti i primi grandi centri commerciali. Quando il mercato dell’edilizia sembrava inarrestabile e la finanza ne assecondava la direzione. Provare a governare quell’energia, darle un ordine, infilare quanto più interesse pubblico possibile nell’iniziativa privata: strade, parcheggi, ciclabili, parchi, servizi, ma anche semplicemente soldi. Ecco come immagino il ruolo giocato dal pianificatore in quegli anni.


Si dice anche che i bilanci dei comuni si reggessero sulle entrate provenienti dall’edilizia, e che quei soldi finanziassero la cultura, il welfare, le opere pubbliche.
Io di tutto questo ho visto solo le rovine, gli esiti inattesi, le variabili che non si erano considerate. L’espansione si è interrotta tutta d’un colpo e ha lasciato l’istantanea di un gesto non concluso. Cantieri abbandonati, quartieri interrotti, edifici disabitati e saccheggiati. Periferie degradate e slegate, ma anche pezzi centrali della città abbandonati perché soccombenti nella competizione col nuovo costruito sottratto alla campagna ai margini della città.
Poco importa esprimere un giudizio sui motivi che pressoché ovunque motivarono quel modello. Ciò che interessa è chiarire che oggi la situazione è completamente capovolta, perché quel modello è collassato, giocando un ruolo decisivo nella grande crisi economica degli anni scorsi.
La parola più in voga per definire il nuovo approccio che contraddistingue gli obiettivi del pianificatore dei giorni nostri è: rigenerazione urbana. Ricucire, rammendare, rivitalizzare, rigenerare il tessuto urbano. La città si è rotta e va riparata. Questo è il pensiero che fa da sfondo al nuovo approccio.
In un incontro con studenti provenienti da tutto il mondo al Politecnico a Mantova, l’anno scorso, un gruppo di ragazzi mi ha donato un’immagine che plasticamente rende questa idea e la carica di ottimismo. Mi hanno raccontato dell’arte giapponese del kintsugi, che é l’arte di riparare i vasi di ceramica che si rompono - anche la città si è rotta! - utilizzando “cicatrici” d’oro che rendono il vaso più prezioso e affascinante di quanto non fosse prima di andare in frantumi. L’arte di abbracciare le ferite, di fare gioiello delle proprie cicatrici. Davvero una mirabile metafora del mestiere del rigeneratore urbano, ricca di speranza che dalla ricucitura possa emergere qualcosa che restituisca il valore, la bellezza, la profondità alla città ferita.
Vale per la città la medesima logica che si sta facendo largo per i rifiuti: dobbiamo produrne meno, consumando meno, e dobbiamo imparare in qualche modo a riutilizzarli.Anche per la città sappiamo che consumare meno, suolo agricolo in questo caso, è la condizione per propiziare il riutilizzo degli spazi abbandonati, sviliti e degradati. Rigenerare pezzi di città che sono scarti urbani e non consumare nuovo suolo per non generare ulteriori scarti urbani.
Credo che la sfida principale del rigeneratore urbano sia trovare il materiale prezioso, l’oro, con cui comporre le sue mirabili cicatrici. Io, qui, proverò a lasciare un sintetico inventario dei materiali preziosi che nel ruolo di assessore alla pianificazione urbana, nella mia città, Mantova, ho avuto la fortuna di incontrare.

Le persone. Non credo esista un modo di ragionare di ricucitura urbana che non parta dalle esigenze delle persone, di quelle che usano gli spazi intendo. Non penso che l’ultima fase di espansione della città e il suo modello avessero come obiettivo le persone. La città doveva espandersi non perché le persone avessero bisogno di nuovi spazi, ad esempio. Si espandeva perché trasformare suolo agricolo in suolo edificabile aumentava il valore delle aree, alimentando il modello economico che sta alla base dell’espansione della città, e che ha fallito. Le persone però non hanno nel frattempo smesso di avere esigenze reali. Continuano a desiderare spazi pubblici in cui riunirsi, piazze, parchi, sistemi di trasporto efficienti, negozi, servizi vicino a casa. Continuano a desiderare di fare sport in luoghi salubri, andare a teatro, partecipare a concerti, fare volontariato, giocare a calcio, andare con lo skateboard. La stragrande maggioranza delle attività che desiderano fare le persone ha un nesso con gli spazi della città.
Dare una nuova funzione agli spazi abbandonati implica capire cosa desiderano le persone e come potrebbero utilizzare al meglio gli spazi rigenerati. Il primo assioma è che se viene calata dall’alto la rigenerazione è a forte rischio fallimento. Il secondo è che i desideri delle persone possono anche cambiare velocemente: quindi la rigenerazione non è per sempre. Non ha senso innamorarsi di un’idea o di un progetto se poi non serve a nessuno.
Quando abbiamo lavorato a Mantova Hub, il più importante progetto di rigenerazione urbana degli ultimi decenni, finanziato attraverso un bando della Presidenza del Consiglio dei Ministri per 18 milioni di euro, la prima cosa che ci siamo chiesti è stata: cosa possono darci le persone? Cosa desiderano fare di quegli spazi che vogliamo rigenerare? La risposta è venuta da un bando pubblico dal quale si è creata una rete di oltre trenta soggetti, pubblici e privati. È stato in quel preciso momento che un progetto dell’amministrazione è diventato un progetto della città e per la città. E alcune delle nostre convinzioni più solide sono svanite alla prova del confronto con le persone. Certamente, prima della sua conclusione, il progetto cambierà pelle ancora molte volte, in funzione dei diversi interessi che nel tempo matureranno nel quartiere.

La sostenibilità. C’è un gigantesco problema che riguarda la sostenibilità ambientale del pianeta. Le città occupano solo il 3% della superficie delle terre emerse ma consumano il 70% dell’energia globale ed emettono il 75% degli inquinanti e dei gas serra. Le città sono un pezzo assai rilevante del problema e devono per forza trasformarsi per diventare più sostenibili. Questa urgenza di trasformazione è un elemento interessante per la rigenerazione urbana perché rende gli spazi da ricucire dei laboratori in cui testare le strategie di questa trasformazione. Ci sono due esempi interessanti di progetti di rigenerazione che stiamo conducendo e che muovono da temi di sostenibilità ambientale.
Il primo riguarda il quartiere di Ponte Rosso dove un’articolata operazione di rigenerazione urbana è stata avviata da una semplice ma radicale operazione. Avevamo una fideiussione con cui realizzare gli asfalti di una strada non completata. Con quei soldi abbiamo scelto di togliere l’asfalto e di piantare un filare di alberi che proteggono il quartiere dalla ferrovia e rappresentano l’unico spazio verde comodamente raggiungibile per i suoi abitanti. Una piccola ma significativa azione ha innescato tutta una serie di interventi a catena positivi che hanno rapidamente migliorato la vita di un’area che viveva un forte disagio.
La seconda esperienza riguarda il tentativo di efficientare i vecchi condomini costruiti negli anni ‘60 e ‘70. Stiamo provando a costruire un modello che dimostri ai residenti che investire in efficientamento delle proprie case porterà ad un risparmio ambientale immediato, ma anche ad un risparmio economico nel medio periodo. Abbiamo già individuato un condominio su cui realizzare la diagnosi energetica e su cui i residenti si sono poi impegnati a realizzare interventi come la sostituzione delle caldaie la realizzazione di nuovi infissi e cappotti, la sostituzioni degli impianti di illuminazione. Pensiamo a come palazzi e condomini abbandonati o parzialmente disabitati possano tornare ad essere interessanti investendo sull’efficienza energetica e sulla dotazione di verde. Tra qualche anno gli spazi efficientati saranno quelli più ricercati e di valore. Tutti ci vorranno vivere.

La mobilità. A proposito di sostenibilità, un ruolo decisivo lo gioca il modo in cui ci muoviamo. Ognuno con la propria auto è un modello che non può durare. E insieme con il modello salterà anche il disegno di molti spazi della città pensati per l’auto. È un occasione irripetibile di rigenerazione. La fine dell’auto-centrismo degli spazi urbani è feconda di nuovi utilizzi per le persone. Cominciare a sperimentare questo nuovo approccio che mette al centro il pedone, il ciclista e il mezzo pubblico, nelle zone da rigenerare, significa spalancare lo spazio pubblico alle persone, creando i presupposti della creazione di nuovo valore urbano e sociale. È interessante osservare quanto spazio verde e quanto spazio pubblico possa essere sottratto all’auto senza peggiorare i nostri spostamenti, ma aumentando la qualità e la bellezza dei luoghi. È abbastanza intuitivo comprendere come proprio i luoghi da rigenerare si prestino bene ad essere ridisegnati ponendo al centro la qualità dello spazio pubblico e non l’accessibilità dell’auto. Questo ovviamente comporta però che le zone da rigenerare siano collegate al resto della città da ciclabili sicure e da un credibile sistema di trasporto pubblico. Un pezzo di lavoro su cui il nostro Paese deve fare ancora molta strada. Di nuovo un buon esempio di questa strategia a Mantova è il piano di rigenerazione Mantova Hub, la cui permeabilità è legata principalmente a percorsi ciclopedonali.

La creatività. Ultimo oggetto del mio personale kit da rigeneratore urbano. La bellezza è spesso la conseguenza di un approccio creativo alla ricucitura degli spazi. E spesso la bellezza provoca partecipazione, identità e grande senso di dignità per chi vive gli spazi. La reputazione del proprio quartiere era uno dei principali problemi sentiti dai residenti di Lunetta. Un quartiere che negli anni ha avuto una dotazione di interventi pubblici notevoli ed è oggi ricco di spazi e servizi di qualità. Tuttavia la percezione del degrado del quartiere all’interno dello stesso e nel resto della città rimane forte. Così abbiamo lavorato anche sul tema della bellezza e della reputazione del quartiere. L’dea era di trasformare Lunetta in un museo a cielo aperto, fatto da una moltitudine di opere di street art realizzate sulle case dei residenti. Il progetto si chiama Without Frontiers, Lunetta a Colori. Ora siamo al quarto anno di attività, le opere sono davvero molte, e suscitano la sorpresa di chi entra nel quartiere. Molti cittadini hanno stretto rapporti di amicizia con gli organizzatori e gli artisti, li hanno ospitati nelle loro case e hanno contributo alle opere con le storie delle loro vite. Si è generato un nuovo senso di orgoglio e appartenenza nel quartiere. Certo non è la soluzione di tutti i problemi di un quartiere difficile, soprattutto per la sua composizione sociale, ma l’orgoglio e la reputazione sono certamente un ingrediente determinante per la partecipazione. E la partecipazione, come dicevamo, è la chiave per una vera rigenerazione urbana.

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PENSIERI SCRITTI è una rubrica inserita all'interno del progetto Creative Lab - Lo Spazio dell’Arte per Creative Living Lab, il premio della commissione del Mibac – Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie Urbane scritto e ideato da Pantacon insieme a Caravan SetUp, selezionato tra i sei migliori a livello nazionale. Dopo aver coinvolto il quartiere Lunetta con laboratori condivisi di stampo creativo tramite i linguaggi della fotografia, della costruzione di fonti luminose e dell'arredo urbano con street art e stoffe, abbiamo dato carta bianca ad un esperto di rigenerazione urbana (Federico Fedel), ad un fotografo (Giuseppe Gradella), ad un artista e docente di arte contemporanea (Vincenzo Denti) e ad un assessore che a Mantova si occupa di ambiente, territorio e beni comuni (Andrea Murari) invitandoli a raccontarci una personale visione e l'esperienza vissuta in questo luogo di rigenerazione.

Tutte le foto sono di Giuseppe Gradella

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